Darfur: basta silenzio-assenso dell'Onu. Internazionalizzare la crisi
| By secondoprotocollo - Apr 11th, 2009 at 2:31 am EDT |
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Sembra strano che dopo tutto questo tempo la crisi in Darfur sia trattata alla stregua di una crisi regionale eppure, nonostante la presenza di forze di pace straniere, questa è la triste realtà.
A farlo giustamente notare è il Ministro degli esteri egiziano, Ahmed Aboul Gheit, che proprio per questo motivo ha proposto nei giorni scorsi una conferenza internazionale sul Darfur, ottenendo per questo il rimbrotto del Governo sudanese che, chiaramente, ha tutto l'interesse a mantenere le cose così come sono.
A parte l'Egitto e il Qatar, tutta la Lega Araba sostiene compatta il Presidente sudanese, Omer Al-Bashir. I leader arabi, la stampa araba e persino le TV teoricamente libere come Al Jazeera, da anni sostengono che in Darfur non è in atto né una pulizia etnica né un conflitto su vasta scala, ma vi è solo una disputa tra tribù che deve essere risolta internamente. Nemmeno gli ultimi avvenimenti, compreso il mandato di cattura internazionale emesso dal Tribunale Penale Internazionale nei confronti di Bashir, hanno fatto cambiare idea ai leader arabi. D'altra parte gli stessi Paesi Arabi sono giustificati dalla sostanziale immobilità dell'Onu che oltre a negare il genocidio ha disatteso qualsiasi impegno preso verso questa terra dimostrando ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la sua completa inutilità e l'impellente necessità di una riforma delle Nazioni Unite.
Il problema, anche se in pochi lo vogliono ammettere, è che il conflitto in Darfur copre interessi enormi che vanno dal traffico di armi, al petrolio fino alla disputa per la gestione delle acque del Nilo, fiume che non passa in Darfur ma che è motivo di scontro tra Egitto e Sudan per una vecchia questione irrisolta. Per questo nei giorni scorsi il Ministro degli esteri del Qatar, Hamad bin Jasim Al-Thani, è arrivato a sostenere che le "dispute esterne" sono alla base del fallimento delle trattative di pace in Darfur. Ecco quindi la necessità di internazionalizzare la crisi e coinvolgere così sia i Paesi interessati che quelli che da una posizione di sostanziale neutralità possono contribuire a raggiungere un accordo.
Naturalmente anche in questo caso le Nazioni Unite hanno risposto alla proposta con il più assoluto silenzio, come se la cosa non riguardasse il Palazzo di Vetro che continua, però, a pretendere ingentissimi fondi da destinare alle sue agenzie in Darfur, agenzie che allo stato attuale non stanno facendo praticamente niente oltre che a dilapidare denaro che diversamente potrebbe essere usato meglio da organismi non governativi. Ma si sa, le Ong più grandi sono state espulse dal Darfur e con molta probabilità anche quelle rimaste saranno presto "fatte fuori". A chi altro destinare tutto quel fiume di denaro? Quando si dice la comodità polita del "silenzio-assenso".
Secondo Protocollo (www.secondoprotocollo.org)
A farlo giustamente notare è il Ministro degli esteri egiziano, Ahmed Aboul Gheit, che proprio per questo motivo ha proposto nei giorni scorsi una conferenza internazionale sul Darfur, ottenendo per questo il rimbrotto del Governo sudanese che, chiaramente, ha tutto l'interesse a mantenere le cose così come sono.
A parte l'Egitto e il Qatar, tutta la Lega Araba sostiene compatta il Presidente sudanese, Omer Al-Bashir. I leader arabi, la stampa araba e persino le TV teoricamente libere come Al Jazeera, da anni sostengono che in Darfur non è in atto né una pulizia etnica né un conflitto su vasta scala, ma vi è solo una disputa tra tribù che deve essere risolta internamente. Nemmeno gli ultimi avvenimenti, compreso il mandato di cattura internazionale emesso dal Tribunale Penale Internazionale nei confronti di Bashir, hanno fatto cambiare idea ai leader arabi. D'altra parte gli stessi Paesi Arabi sono giustificati dalla sostanziale immobilità dell'Onu che oltre a negare il genocidio ha disatteso qualsiasi impegno preso verso questa terra dimostrando ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la sua completa inutilità e l'impellente necessità di una riforma delle Nazioni Unite.
Il problema, anche se in pochi lo vogliono ammettere, è che il conflitto in Darfur copre interessi enormi che vanno dal traffico di armi, al petrolio fino alla disputa per la gestione delle acque del Nilo, fiume che non passa in Darfur ma che è motivo di scontro tra Egitto e Sudan per una vecchia questione irrisolta. Per questo nei giorni scorsi il Ministro degli esteri del Qatar, Hamad bin Jasim Al-Thani, è arrivato a sostenere che le "dispute esterne" sono alla base del fallimento delle trattative di pace in Darfur. Ecco quindi la necessità di internazionalizzare la crisi e coinvolgere così sia i Paesi interessati che quelli che da una posizione di sostanziale neutralità possono contribuire a raggiungere un accordo.
Naturalmente anche in questo caso le Nazioni Unite hanno risposto alla proposta con il più assoluto silenzio, come se la cosa non riguardasse il Palazzo di Vetro che continua, però, a pretendere ingentissimi fondi da destinare alle sue agenzie in Darfur, agenzie che allo stato attuale non stanno facendo praticamente niente oltre che a dilapidare denaro che diversamente potrebbe essere usato meglio da organismi non governativi. Ma si sa, le Ong più grandi sono state espulse dal Darfur e con molta probabilità anche quelle rimaste saranno presto "fatte fuori". A chi altro destinare tutto quel fiume di denaro? Quando si dice la comodità polita del "silenzio-assenso".
Secondo Protocollo (www.secondoprotocollo.org)


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